Brand identity


Parlare di marca, oggi, ritengo significhi impegnarsi a demolire il ricordo di fustoni di detersivo che lavano meglio di sconosciuti fustini. Bastasse questa trita ironia… Promuovere il marchio dell’impresa, almeno 2.0, richiede un’articolazione di risorse notevole, proprio perché i media digitali sono in continua espansione e la strategia con cui selezionarli è determinante. Servono competenza, esperienza, cooperatività per offrire all’impresa, sempre più start-up, sempre più tecnologicamente innovativa, quei servizi tali da consentirle un’adeguata reputazione, fattore chiave del successo e, soprattutto, sempre più misurabile. Un fattore tanto importante da riuscire a determinare perfino le politiche di prezzo: chi spenderebbe qualcosa per un prodotto che non conosce? Chi invece spenderebbe molto per un marchio in cui non ripone fiducia? Già, proprio questa: la fiducia è alla base delle vendite, e con i social network proprio non si scappa.

Non solo azienda, ma anche studio: a prescindere dall’ordine professionale di appartenenza, come scegliere in un elenco fra diversi nomi e cognomi con titolo? O ancora fra diversi studi? Quali sono le differenze che emergono, se emergono? D’accordo, mi si possono obiettare passaparola e cerchie di conoscenti, però non si tratta di risorse infinite… Sempre più spesso sia lo studio sia il singolo professionista hanno bisogno di una comunicazione strutturata. Qui siamo già nel personal branding, ormai determinante per costruire una positiva e immediata fiducia nel singolo professionista.